Lavorando nelle scuole ed incontrando ragazze e ragazzi ho scoperto che “farsi del male” è un fenomeno molto più diffuso di quanto immaginassi: dalla scuola primaria alla secondaria fin ai giovani adulti. L’autolesionismo infantile e in adolescenza e preadolescenza, può assumere forme diverse ma ogni gesto porta con sé un disagio che non utilizza le parole, ma urla attraverso il corpo.
Capire di cosa si tratti e imparare a coglierne i segnali è l’obiettivo di questo articolo rivolto a genitori e educatori.
Definiamo l’autolesionismo
Quante volte i bambini o i ragazzi possono farsi male? L’incapacità di valutare le conseguenze di alcune azioni o la mancanza di un controllo consapevole del proprio corpo li espongono a ferite, abrasioni e perfino fratture: chi ha avuto modo di entrare in un pronto soccorso pediatrico, può facilmente aver incontrato bimbi o ragazzi vittime di incidenti avvenuti in casa o al parco. Questi sono considerati effetti collaterali che avvengono durante la sperimentazione dei limiti all’interno di una fase di sviluppo. Per autolesionismo, invece, si intende un atto deliberato con cui un individuo si provoca una ferita o un danno ad un tessuto del proprio corpo, senza avere l’intenzione di togliersi la vita. Anche i non esperti del settore possono facilmente intuire che questo “farsi male” è qualcosa di profondamente diverso.
Autolesionismo e suicidio
Sembra che profonde differenze distinguano i comportamenti autolesionistici da quelli suicidari, sebbene i primi siano un fattore di rischio per i secondi.
Come mostra la tabella pubblicata su sibric.it i due fenomeni mostrano profonde differenze:
| # | Caratteristiche | Suicidio | Autoferimento |
| 1 | Intento | Cessare la propria esistenza | Evitare stress negativo, sentirsi meglio |
| 2 | Letalità | Alta, richiede attenzione medica | Bassa, raramente richiede attenzione medica |
| 3 | Cronicità | Rara | Carattere ripetitivo, cronico (10-15 anni) |
| 4 | Metodi | Spesso un metodo scelto | Tendenza ad usare metodi multipli |
| 5 | Cognizioni | Morte, ideazione suicida | Pensieri di sollievo, no di morte |
| 6 | Reazioni preoccupazione | Suscitare cura, compassione | Suscitare paura, disgusto, ostilità, repulsione |
| 7 | Conseguenze | Nessuna liberazione dallo stress | Senso di sollievo, calma, soddisfazione |
| 8 | Dati demografici | Solitamente uomo adulto, compiuto | Adolescenti, ugualmente ragazzi e ragazze |
| 9 | Incidenza | 10/100,000morti/anno; 100/100,000 tentativi/anno | 400-1,400/100,000 per anno |
Fonte: Muehlenkamp, J.J. (2005)
Alcuni dati
Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza, nel 2021 circa un adolescente su 4 ha dichiarato di aver compiuto atti autolesivi. Se non riguarda direttamente tuo figlio, potrebbe trattarsi del suo compagno di banco.
Uno studio compiuto su studenti tra i 13 e i 22 anni di Napoli ha riscontrato che il 42% di questi ha una precedente storia di comportamento autolesionista ed il 10% riferisce più di 4 episodi nella vita (Cerutti, Manca, Presaghi e Gratz, 2010). Stime sulla popolazione universitaria riportano invece una percentuale del 20.6% di partecipanti che riferisce almeno un episodio di autoferimento nella vita (Sarno, Madeddu e Gratz, 2010). Rispetto alle caratteristiche del fenomeno in Italia, sembra che interessi prevalentemente soggetti di sesso femminile, con età media di 20 anni e un alto livello di scolarità, che iniziano a ferirsi tra i 13 e i 16 anni, in seguito a eventi particolarmente stressanti (Martorana, 2009).
Come e perché troviamo l’autolesionismo infantile
Sbattere la testa contro il muro, darsi pugni, picchiarsi, mordersi, graffiarsi, tirare o strapparsi i capelli, buttarsi a terra in modo violento sono le tipiche modalità con cui possiamo vedere il fenomeno nei bambini. L’autolesionismo infantile (fino ai 9-10 anni), sembra essere legato ad una difficoltà nella relazione di attaccamento con le figure di riferimento: si può incontrare in seguito alla nascita di un fratellino, al trasferimento dell’abitazione o della scuola, alla morte di una persona cara o di un animale domestico. Si possono osservare episodi di autolesionismo anche in bambini che non riescono ad accettare un “no” da parte di genitori e educatori.
Come e perché troviamo l’autolesionismo in preadolescenti e adolescenti
Con lo sviluppo, l’autolesionismo assume forme e significati più complessi. Tagli e bruciature sono le lesioni più frequenti, forse anche perché sono le più semplici da procurarsi. Con quale scopo? Molti autori hanno ricercato le motivazioni che stanno all’origine dell’autolesionismo e hanno individuato molteplici cause tra cui: autopunizione, distrazione dal dolore emotivo, tentativo di regolazione delle emozioni, contrasto all’assenza di sensazioni, richiamo dell’attenzione degli adulti significativi, affermazione dei propri confini, definizione e controllo del proprio corpo.
Quali sono i segnali d’allarme?
Difficilmente un bambino che si fa male non corre dall’adulto di riferimento per segnalare il dolore o la necessità di un cerotto. Trovare lividi, contusioni o ferite senza che siano accompagnate da una storia della loro origine, può essere un primo segnale che ci sollecita un livello di attenzione più approfondita. Il ripetersi di questi episodi sarà un segnale di autolesionismo infantile.
Per i ragazzi i segnali diventano più difficili da individuare perché in loro c’è la consapevolezza di qualcosa di sbagliato da nascondere. A differenza delle crisi adolescenziali, più evidenti e a cui siamo più abituati, i segnali dell’autolesionismo sono più “nascosti”. Ecco alcuni elementi che possono essere oggetto di attenzione:
- Braccia e gambe coperte da indumenti anche fuori stagione, ma le ferite possono essere inflitte anche a parti più nascoste come piedi, inguine, parti intime.
- Bracciali o accessori numerosi da coprire le braccia o il collo.
- Presenza di lamette, taglierini, oggetti appuntiti o metallici, accendini e sigarette nella propria stanza, tracce di pugni su mobilio o muri.
- Cambiamenti improvvisi di umore: soprattutto dal nervosismo alla calma.
- Reazioni anomale o eccessive all’ingresso in camera o in bagno (la privacy è una conquista nell’età dello sviluppo ma non è prioritaria di fronte alla sicurezza!)
- Periodi di ritiro in camera o in bagno in seguito ad una esperienza emotiva negativa come un litigio, un brutto voto.
- Macchie di sangue su biancheria o vestiti senza spiegazioni valide.
- Frequenza e quantità del ritrovamento di questi segnali
Segnali di autolesionismo: cosa deve fare un genitore?
Sappiamo che l’autolesionismo rappresenta la manifestazione di un disagio che non può né deve essere ignorato, ma che invece deve essere accolto, compreso e curato: non nel senso di medicalizzato o ridotto a patologia, ma come prendersi cura con tenerezza e affetto. Ecco alcune azioni da poter mettere subito in atto:
- Parla con tuo figlio. Trova un momento tranquillo in cui puoi avvicinarti e parlare apertamente di ciò che hai notato. Non fare tante domande, non accusare. Se non vuole parlarne, lascia aperta la porta del dialogo e soprattutto quella dell’ascolto
- Utilizza l’empatia. Prova a pensare a quello che può provare tuo figlio in questo momento e che, in questo momento, per lui è un modo efficace di affrontare un problema
- Non aumentare il carico facendo leva su una qualche responsabilità del tuo dolore con frasi tipo “perché mi fai questo?”
- Non parlare solo di questo. Tuo figlio ha bisogno di aiuto per superare una difficoltà, ma non è solo un autolesionista: puoi aiutarlo a vedere altro di sé
- Chiedi aiuto. Se senti di non avere gli strumenti e le informazioni necessarie per sostenere tuo figlio in questo momento, rivolgiti ad un professionista che può esplorare con te le risorse e le soluzioni più adatte alla tua situazione.
Segnali di autolesionismo: cosa deve fare un insegnante?
Spesso può accadere che sia un insegnante ad accorgersi di strane cicatrici sugli arti superiori oppure a raccogliere la confidenza di uno studente che segnala il problema di un compagno o trovarne traccia tra le parole di un componimento scritto. L’insegnante può essere un punto di riferimento nella vita dei ragazzi e come adulto può favorire la gestione di una problematica come questa. Ecco come può agire:
- Prestare attenzione: ai cambiamenti nel comportamento dei ragazzi, all’espressione delle emozioni, alle dinamiche legate al rispetto reciproco e alla collaborazione.
- Offrire ascolto:se il ragazzo in prima persona ti mette a conoscenza del problema significa che sei un adulto di riferimento e la tua presenza è preziosa
- Affrontare l’argomento con i ragazzi, senza focalizzare l’attenzione su nessuno in particolare, affinché sia un argomento di cui poter parlare
- Parlare con la famiglia, azione da valutare in base all’età del ragazzo ed eventualmente al suo consenso
- Proporre al ragazzo di rivolgersi allo psicologo della scuola, qualora sia presente.
Conclusioni
L’argomento autolesionismo mette a disagio, soprattutto se messo in relazione all’età dello sviluppo: i nostri stereotipi di “infanzia felice” o “giovinezza senza pensieri” stridono come unghie sulla lavagna di fronte all’idea che dei bambini o dei ragazzi possano volersi ferire o procurare dolore per far fronte al disagio che hanno dentro di sé.
L’autolesionismo infantile e adolescenziale, sia come genitori sia come educatori, ci pone anche di fronte alla domanda “dove ho sbagliato?”.
Credo tuttavia che la domanda giusta da porsi sia “Cosa posso fare per supportare mio figlio in questo momento?”. Invece di chiudersi dietro una ricerca di cause e motivi nel passato, la strategia migliore è osservare con compassione al presente e prendersi la responsabilità di essere l’adulto di riferimento.
Se leggendo l’articolo hai sentito di aver bisogno di un supporto per essere il genitore o l’educatore che può sostenere tuo figlio o il tuo studente in un momento difficile, chiedi aiuto ad un professionista: sarà il primo modo per prendersi cura di lui.
